mercoledì 28 settembre 2011

Laboratorio di decrescita

Ieri sera si è svolto il primo incontro tra gasisti che si vogliono occupare seriamente di decrescita.
Curiosamente e del tutto casualmente ieri era anche l'Earth Overshooting Day, cioè "il giorno dell'anno nel quale la quantità totale di risorse consumate dall'umanità eccede la capacità della Terra di rigenerarle per l'anno in esame", come dice Wikipedia.

Si è parlato del significato di decrescita, dei motivi per decrescere (vedi paragrafo precedente) ma soprattutto di come, praticamente, organizzarsi per decrescere collaborando.
Sono emerse alcune idee sugli strumenti da adottare per iniziare a sperimentare la decrescita collaborativa tra gasisti: banca del tempo, mailing list del cerco/offro, etc.
Si è deciso che lunedì prossimo (3 ottobre) ci si ritrova in sede al Maglio, ore 20.45 per definire i dettagli organizzativi e degli strumenti da utilizzare.

Il tutto sarà presentato nel corso della prossima assemblea dell'11 ottobre, ma consiglio a chi è interessato all'argomento di partecipare alla riunione di lunedì.

Qui trovate una breve presentazione autoprodotta (!) che inquadra il tema "decrescita".

Commenti e suggerimenti sono molto graditi!

Andrea

sabato 23 luglio 2011

Una grande opera inutile: la TAV in Val di Susa

Nell’ultima assemblea al GAS abbiamo dedicato uno spazio alla discussione sulla TAV in Val di Susa preparando la relazione con uno spazio a sostegno delle ragioni del Sì e uno a sostegno delle ragioni del No. Ebbene la mia convinzione e di tutti i partecipanti alla serata è che sia effettivamente l’ennesima grande opera utile a pochi (soliti) a carico della collettività. Vorrei iniziare questa discussione ribaltando la solita frase che accomuna la gente “qualunque” non informata che si appresta a dare giudizi su coloro che sono contrari a questo progetto che è solitamente la seguente: ”Sono i soliti No a qualunque opera, che si basa su pregiudizi e preconcetti in nome di un ambientalismo sbagliato.”
Dopo quello che è emerso facendo una ricerca approfondita io credo che siano i Sì, a questo punto, che riflettano posizioni pregiudiziali a prescindere dall’oggettività dei dati o nella stragrande maggioranza che non conoscano addirittura l’argomento, ma ne abbiano sentito parlare in maniera superficiale soltanto dai media (giornali e TV).
Intanto c’è da dire che dalla ricerca in rete le motivazioni che portano a dire Sì a questo progetto sono abbastanza striminzite e poche, e vanno come solito nella direzione del progresso a tutti i costi, dell’opera inevitabile che sosterrà la nostra economia e via dicendo. Chi vuole esercitarsi ad andare a cercare altre ragioni credo che rimanga alquanto deluso. Qui accanto nel blog potrà scorrere ciò che in rete abbiamo trovato a favore del Sì. Ben diverso è il fronte del No che si esprime in una miriade di siti ma che trova nel sito NoTAV tantissimo materiale tra cui una disquisizione secondo me molto interessante in 150 ragioni a favore del NO di Mario Cavargna che invito chiunque a leggere.
Una serie di ragioni per il No sono riportate qui accanto nel file che potrete consultare. Io mi limiterò ad elencare quelle più importanti a mio giudizio che mi hanno fatto propendere a spada tratta verso il NO alla TAV Torino - Lione.
Come primo dato partirei dal fatto che la TAV è stata concepita dall’Unione Europea (UE) a partire dal 1993 sull’idea che il principale valico nord-occidentale ferroviario che è il Frejus si sarebbe saturato nel trasporto merci entro il 2010. Inoltre l’apertura dei mercati dell’Est avrebbe portato le merci a transitare dalla penisola iberica lungo il famoso corridoio V che va da Lisbona a Kiev passando per l’Italia. Mai previsione è stata più disattesa di questa per una serie di motivi che sono i seguenti:
1)      le merci preferiscono viaggiare via mare per i costi minori e nonostante la Spagna abbia già la TAV da circa 15 anni le sue merci transitano dai porti sul Mediterraneo fino al Mar Nero per i Paesi dell’Est saltando tutta la rete ferroviaria continentale. Prova tra l’altro di questo dato di fatto è che la stessa UE ha stralciato dal corridoio V il tratto della penisola iberica rendendosi conto che la Spagna non ha nessun interesse a far transitare le sue merci sul continente. Pertanto attualmente il corridoio V va da Lione a Kiev e non più da Lisbona.
2)      Il traffico merci tra Francia e Italia è in calo da anni in quanto le 2 economie ormai mature all’interno del mondo occidentale hanno ben poco da scambiarsi. Entrambe con la globalizzazione si rivolgono a mercati  emergenti quali quelli orientali (Cina, India) o al Brasile.
3)      Il traffico merci come già anticipato preferisce viaggiare su nave e se ciò non è possibile preferisce il trasporto su ruote piuttosto che su ferrovia per costi minori.
4)      Il trasporto tra Italia e Francia è generalmente interregionale (cioè all’interno di circa 500 Km) e su queste tratte la ferrovia non è assolutamente competitiva con il trasporto su ruota.
Orbene per verificare quanto detto basta dare un’occhiata al grafico del trasporto merci al valico del Frejus dal 1985 al 2009 (dati ufficiali e non dei no global). Anche tralasciando l’anno nero del 2009 (crisi economica) già dal 1998 è cominciato un declino nel traffico.


Ciascuno di voi potrebbe obiettare “Beh, certo che è andata così: Ovvio la ferrovia è vecchia e le merci vanno su ruota in autostrada per i 2 valichi del Frejus e del Monte Bianco”.
Ci vuole poco a smentire questa affermazione. Basta prendere dal sito della società autostradale del Frejus e del Monte Bianco i dati del passaggio di mezzi pesanti ai 2 valichi autostradali alpini e metterli assieme. Guardate il grafico qui sotto e vedrete che questo non è certo aumentato. Anzi negli ultimi 4 anni (che qui sotto non sono rappresentati perché riporta i dati fino al 2005) il traffico si è ulteriormente contratto di un ulteriore 18% con valori di merci trasportate che nel 2009 erano pari ai valori del 1988.


Altro dato da tenere in considerazione è che il traforo del Frejus è appena stato rifatto e ultimato a dicembre 2010 abbassando il piano rotaia per far transitare carichi più elevati ed attualmente è utilizzato per meno di ¼ della sua possibile capacità.
Come secondo dato direi di parlare dei costi. Un’opera che sulla carta attualmente (il tratto fino a Torino) ci costa circa 17 miliardi di euro (quanto una finanziaria) per un costo di 120 mln a Km. Tenendo conto delle esperienze passate (la TAV Milano-Roma) i cui costi sono lievitati di circa 4-6 volte a seconda delle tratte (ragazzi siamo in Italia e sappiamo bene come finiscono le grandi opere, quando finiscono) possiamo immaginare quanto ci verrà a costare a noi ma soprattutto alle generazioni future questo fardello di debiti. Per il guadagno di poche lobby carichiamo di debiti le generazioni future che non potranno far altro che ringraziarci. Da Torino alla Slovenia ci sono poi altre linee da fare o da ammodernare per un costo che un politico di governo ha certificato pochi mesi fa di circa 26 mld di euro ulteriori. O vogliamo pensare di fare solo il tratto fino a Torino senza fare il resto?.
Non parliamo poi dei costi di manutenzione ordinaria altissimi che la progettatrice della tratta, la LTF, ha già messo in conto nel progetto a fine lavori. Ci saranno circa 65 mln di euro ogni anno da spendere a carico del contribuente italiano per opere di mantenimento ordinario (la maggior parte per il raffreddamento del tunnel).
Fortunatamente l’Italia è una penisola contornata dal mare che ne ha fatto nei secoli passati la sua fortuna attraverso le repubbliche marinare. Il commercio via mare, come detto prima, è quello più importante a livello mondiale tanto che circa il 90 % delle merci utilizza questo trasporto. Non a caso l’UE ha individuato nella logistica dei trasporti delle grandi “autostrade del mare” che partono da Barcellona, Marsiglia e Genova per quanto riguarda il Tirreno per arrivare ai paesi dell’Est sul Mar Nero. Ma se le merci preferiscono queste rotte e sia la Spagna, che la Francia che l’Italia accedono al mare tramite questi porti, che bisogno c’è di potenziare le linee terrestri?. Tra l’altro se guardiamo la cartina sottostante ci accorgiamo che le linee di comunicazione sono numerose e ben funzionanti e nessuna di queste è in fase di saturazione. Anche il traforo ferroviario al Brennero che gli Austriaci volevano costruire è fermo con una moratoria di 5 anni in quanto si sono resi conto che il traffico merci sta cominciando a declinare.



I fautori del Sì sostengono che quest’opera porterà sviluppo e accrescerà l’economia del Piemonte e dell’Italia. Le attività logistiche sono attività derivate e di servizio (non di produzione dei beni), pertanto non possono essere l’ossatura di un sistema economico in quanto non ne sostituiscono l’industrializzazione che si sta perdendo a scapito dei Paesi con costi di mano d’opera inferiori. In pratica anche se passa una bellissima ferrovia, ma il costo di un operaio italiano è di 2000 euro contro gli 80 euro di un operaio cinese spiegatemi come fa a non esserci la delocalizzazione. Noi perdiamo pezzi di industria per questo, non perché non ci sono infrastrutture.
Altro dato che vorrei sottolineare e che non concepisco è per quale motivo le merci dovrebbero viaggiare ad alta velocità?. Forse un vino francese o un’olio di oliva italiano sulle scaffalature dei supermercati dei 2 paesi è diverso se arriva un giorno prima. Fa così tanta differenza? Io penso che sarebbe addirittura meglio che ognuno si mangiasse i suoi prodotti, ma qui entro in un campo minato che non ha nulla a che vedere con la TAV ma che riguarda il PIL, la decrescita e il consumo sostenibile.
Il progetto ha ricevuto numerose critiche da parte anche di esponenti e economisti liberali vicini a Confindustria proprio sulla base del maggior costo rispetto ai benefici. Altrettanto 2 commissioni governative francesi avevano cassato il progetto perché troppo costoso rispetto ai benefici attesi.
Nonostante questo si continua a perseverare e si prosegue la strada dei grandi appalti. Finiremo in mutande ma con una grande opera.
Non mi soffermerò sul dato della salute, sul fatto che all’interno di queste montagne c’è amianto, sul dissesto idro geologico della Val di Susa, perché sono fatti locali, importanti ma locali, nel senso che come i NO TAV lo slogan deve essere ne qui ne altrove perché inutile. Deve passare il messaggio che la Val di Susa  è un problema di tutti perché l’opera è inutile qui come altrove.
Io non voglio convincere a priori nessuno ma invito coloro che sono interessati all’argomento a cercare informazioni in rete. Si renderanno a mio avviso conto di quante frottole ci stanno raccontando e di come si muove la macchina degli appalti per far arricchire i soliti. Detto questo mi viene un moto di rabbia e non posso far altro che affermare che siamo tutti  Valsusini. L’informazione è il miglior mezzo per sventare questa sciagura che ci stanno propinando come un progresso. Diffondiamo le informazioni più che possiamo.
Ciao a tutti Claudio

mercoledì 22 giugno 2011

Occupazione e PIL vanno veramente di pari passo ?

Ho deciso di scrivere questo post perché sia di spunto all’interno della nostra associazione per cominciare a discutere di decrescita, di lavoro e di PIL. Penso che un’associazione come la nostra si debba far carico di trasmettere alla società che la circonda un’idea e un’alternativa a questo sviluppo economico impostato ora sul totem del PIL che deve crescere ad ogni costo.
La crisi che sta attraversando il mondo del lavoro, anche in termini di occupazione, rende necessario lo sviluppo di attività professionalmente più evolute e oggettivamente utili che creino beni e non merci. Per quanto riguarda poi la decrescita essa viene intesa nell’accezione più comune  come un sinonimo di recessione, ma non è affatto così. “Tra le due c’è infatti un rapporto analogo a quello tra chi mangia meno di quanto vorrebbe perché ha deciso di fare una dieta per stare meglio e chi è costretto a farlo perché non ha abbastanza da mangiare.” Negli ultimi anni, a peggiorare le cose e per far fronte alla recessione i governi (e i nostri si sono ben distinti in questo) hanno adottato le tradizionali e solite misure di politica economica a sostegno della domanda: riduzione della pressione fiscale (questo in Italia non è avvenuto per il grosso debito pubblico che ci strozza); deroghe alle norme urbanistiche per incentivare la ripresa dell’attività edilizia; incentivi all’acquisto di beni durevoli: automobili, mobili, elettrodomestici; copertura dei debiti delle banche con denaro pubblico (oltre 700 miliardi di dollari nei soli Stati Uniti); grandiosi piani di opere pubbliche.  Queste misure non solo non sono state in grado di rilanciare il ciclo economico e ridurre la disoccupazione, ma hanno fatto crescere i debiti pubblici al limite dell’insolvenza. Per scongiurare questo pericolo i governi hanno bruscamente capovolto la politica economica, adottando drastiche misure di contenimento della spesa statale che tolgono ossigeno alla ripresa economica e alla prospettiva di ridurre la disoccupazione.
La decrescita e quindi il variare negativo del PIL porta per molti detrattori ad un ritorno al passato, e alla riduzione dei posti di lavoro, ma non è così. Questo è ciò che ci vogliono far credere facendoci balenare bisogni e necessità create ad arte dall’industria per venderci merci e mantenere lo sviluppo economico così come è ora a vantaggio di pochi e sulla pelle di miliardi di persone. Questa obiezione non regge alla prova dei fatti, mentre invece può essere vero il contrario, che cioè la decrescita, se correttamente intesa e guidata, probabilmente è l’unico modo per consentire, un aumento dell’occupazione e un superamento della crisi. “Dal 1960 al 1998 in Italia il prodotto interno lordo a prezzi costanti si è più che triplicato, passando da 423.828 a 1.416.055 miliardi di lire (valori a prezzi 1990), la popolazione è cresciuta da 48.967.000 a 57.040.000 abitanti, con un incremento del 16,5 per cento, ma il numero degli occupati è rimasto costantemente intorno ai 20 milioni (erano 20.330.000 nel 1960 e 20.435.000 nel 1998). Una crescita così rilevante non solo non ha fatto crescere l’occupazione in valori assoluti, ma l’ha fatta diminuire in percentuale, dal 41,5 al 35,8 per cento della popolazione.” Un sistema economico fondato sulla crescita della produzione di merci indipendentemente da valutazioni qualitative della loro utilità, impone che le aziende accrescano la loro competitività per aumentare la produttività, il che tradotto significa produrre sempre di più con sempre meno addetti. Questo può essere vantaggioso per l’azienda, ma a livello macroeconomico comporta simultaneamente una diminuzione della domanda e una crescita dell’offerta che è la reale causa della crisi economica attuale. Un esempio lampante di questo è la FIAT. “In Italia negli anni sessanta le automobili circolanti erano 1.800.000. Nel 2008 sono state 35 milioni. Se nei decenni passati il settore aveva grandi possibilità di espansione, oggi non ne ha più. Ha riacquistato un po’ di slancio con gli incentivi alla rottamazione, ma appena sono finiti, la domanda di nuove immatricolazioni è crollata quasi del 30 per cento da un mese all’altro nel 2010 e 2011. A livello mondiale l’eccesso della produzione automobilistica è circa un terzo del totale: 34 milioni di autovetture all’anno su 94 milioni. La scelta di puntare sul rilancio della produzione automobilistica non solo si è dimostrata fallimentare dal punto di vista economico, ma è anche irresponsabile dal punto di vista energetico e ambientale”. Resta difficile capire come si sia potuto credere e far credere che incentivando la domanda di prodotti che hanno saturato da tempo il mercato si potesse far ripartire la crescita economica. L’unica possibilità di FIAT e dell’industria pesante in Italia, e in futuro nel mondo, è di riconvertirsi a fare beni durevoli e utili (forse nella green economy) senza voler a tutti i costi produrre auto con l’aiuto degli stati (vedasi il trasferire la produzione in Serbia o in altri paesi dove ci sono incentivi). Il problema non è il costo del lavoro, il problema è la troppa produzione. Altro banale esempio ben noto a tutti è quello dell’edilizia. “Negli anni sessanta anche il settore dell’edilizia presentava grandi possibilità di espansione, sia perché era necessario completare l’opera della ricostruzione post-bellica, sia perché erano in corso movimenti migratori di carattere biblico dalle campagne alle città, dal sud al nord, dal nord-est al nord-ovest. Ora non è più così. Nel quindicennio intercorrente tra i censimenti agricoli del 1990 e del 2005 sono stati edificati 3 milioni di ettari di terreno: una superficie pari al Lazio e all’Abruzzo. Contestualmente il numero degli edifici inutilizzati è cresciuto. A Roma ci sono 245.000 abitazioni vuote su 1.715.000. Una su sette. A Milano 80.000 appartamenti su 1.640.000 e 900.000 metri cubi di uffici. I terreni agricoli adiacenti alle aree urbane sono costellati di capannoni industriali in cui non si è mai svolta la minima attività produttiva. Anche la scelta di puntare sull’edilizia come volano della ripresa economica si è rivelato un errore strategico e contemporaneamente una dimostrazione di irresponsabilità ambientale perché i consumi energetici degli edifici sono superiori a quelli delle automobili. Assorbono altrettanta energia, un terzo del totale, ma solo in cinque mesi per il riscaldamento invernale”. Questo consumo non fa altro che aumentare il PIL, ma ciò è un danno non un vantaggio (il vantaggio è solo per i produttori di energia e i paesi del petrolio che ricavano guadagni) oltre che aumentare l’inquinamento e contribuire all’alterazione del clima. Basterebbe ristrutturare gli alloggi, isolandoli meglio. Ci costerebbero di meno in termini energetici, inquinerebbero di meno e sarebbero beni più duraturi. I cantieri darebbero lavoro a migliaia di addetti, decrescerebbe negli anni successivi il PIL, ma non certo il benessere.
Riducendo il consumo di merci che non sono beni, il denaro che si risparmia deve essere necessariamente utilizzato per pagare gli investimenti,  i salari, gli stipendi, le parcelle, i guadagni di chi produce, commercializza, installa, gestisce e fa la manutenzione delle tecnologie che riducono il consumo di merci che non sono beni. Altro effetto devastante si è avuto nel settore agro-alimentare con la produzione di prodotti insapori, avvelenati e destagionalizzati dell’agricoltura chimica (che consuma grandissime quantità di energia e produce pochi posti di lavoro e quei pochi mal retribuiti), trasformati in cibi standardizzati dall’industria alimentare, trasportati a distanze anche intercontinentali e commercializzati dalla grande distribuzione organizzata. La rivalutazione dei prodotti tipici locali, delle coltivazioni autoctone, della stagionalità, delle cucine tradizionali,  delle filiere corte, dei mercati contadini, porta alla riscoperta di lavori utili, e di beni e non merci. In questa inversione di tendenza, i coltivatori biologici da una parte,  e i gruppi d’acquisto solidale dall’altra stanno ricreando una economia locale che sviluppa l’occupazione (che si andava perdendo in agricoltura), realizza prodotti svincolati dalla necessità delle mode, dal bello della pubblicità o dalla intermediazione commerciale con prezzi remunerativi per entrambi e qualità superiore. Bisogna decidere quali produzioni incentivare (l’indirizzo deve essere dato dalla politica e da noi stessi) e quali si ritiene opportuno ridurre. Non ci si può limitare a spendere grandi somme di denaro pubblico, che tra l’altro non ci sono, per finanziare grandi opere, di cui si conosce a priori l’inutilità, solo perché si ritiene che possano fare da volano alla ripresa economica, ma occorre finanziarie opere pubbliche che consentono di migliorare la qualità ambientale e la vita degli esseri umani. L’aumento a priori del PIL a tutti i costi non porta ad un aumento del benessere. 3 mesi prima di essere ucciso Robert Kennedy fece questo discorso all’America: “Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL).
Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani.” Il rileggerlo ora mi fa accapponare la pelle. Qui c’è tutta la contraddizione di uno sviluppo economico sbagliato e deleterio per il pianeta in toto.
Concludo questo scritto con una frase di Maurizio Pallante che è un augurio e una speranza che il lavoro possa riprendere negli anni futuri la dignità che merita perché è alla base del nostro modo di stare assieme agli altri sulla Terra e alla base della nostra costituzione che ogni tanto dovremmo rileggere e difendere come dice Benigni.
“La decrescita svela la follia insita nell’obbiettivo di creare occupazione come un valore in sé, omettendo di definire per fare che cosa. Solo una società malata, profondamente malata come quella che finalizza l’economia alla crescita del prodotto interno lordo può averlo pensato e può continuare a pensarlo anche di fronte all’evidenza di non riuscire più a farlo.
Nel tornante storico che l’umanità sta attraversando si può creare occupazione soltanto in lavori che consentano di superarlo attenuando i problemi e ponendo riparo ai danni creati dalla crescita della produzione e del consumo di merci. Soltanto liberando il fare dalla camicia di forza del fare tanto e restituendogli la sua connotazione qualitativa di fare bene si può dare lavoro e una speranza per il futuro a quanti ne sono privi”.
Ciao a tutti,
Claudio

domenica 19 giugno 2011

Finalmente qualcosa da festeggiare…

Finalmente qualcosa da festeggiare all’assemblea del Gasolo che si è tenuta martedì 14 giugno a ridosso del grandissimo risultato elettorale referendario al quale l’associazione ha dato il suo piccolo contributo. Questo esito è solo la partenza di un percorso che deve portare nuovi stimoli e favorire la partecipazione degli individui a scelte così importanti per la vita. Soprattutto per quanto riguarda l’acqua pubblica da ora cominciano le difficoltà. Non bisogna abbassare la guardia e l’attenzione dell’opinione pubblica e proseguire nel cammino di ripubblicizzazione dell’acqua a livello comunale.
A parte i festeggiamenti, all’assemblea erano presenti numerosi soci e sono stati trattati i vari punti che erano stati messi all’ordine del giorno, dalla relazione sulla visita a IRIS (pasta), alla proposta di alcuni nuovi fornitori, al percorso di autonomia dei GAS satelliti, e tanto altro che ora non sto a descrivere.
Finale con brindisi tra i presenti...

venerdì 10 giugno 2011

Dove vai domenica ?

domenica 22 maggio 2011

IRIS bio - 16 maggio 2011

Carissimi Maurizio e Fulvia,
siamo ancora inebriati di ciò che abbiamo vissuto oggi..
A cominciare dalla cronistoria di Maurizio, che attraverso il suo vissuto, fatto di scelte coraggiose che puntano alla libertà dell’essere umano, ha fatto convogliare parole che come un vortice sono penetrate nel nostro intimo mettendo in discussione attraverso il confronto le scelte quotidiane di vita, in ognuno di noi… è stata una bella scossa! Per cui grazie!
E poi con Fulvia! Che con la sua determinazione ci accompagnava tra i campi con il fango che si appiccicava sotto i nostri piedi, quasi a farci provare il peso e la fatica dei passi fatti da chi ogni giorno si deve scontrare e combattere per ottenere e garantire un minimo di sopravvivenza. Un quotidiano fatto di lotte, ma dedito e colmo di amore per quella terra così difficile, così pesante.. Ma ella ha saputo infondere nel cuore la passione e nuove consapevolezze… Grazie!
Abbiamo ancora nel palato il sapore del cibo buono! Il gusto e la gioia  di ciò che da voi si respira, si vive.. e si mangia!
Perciò un grazie di cuore per tutto ciò che avete portato nelle nostre coscienze attraverso le vostre inestimabili conoscenze!…
Un abbraccio e grazie mille per tutto!
Stefano e tutto GASolo



mercoledì 18 maggio 2011

Assemblea del 10 maggio 2011


Come tutti i secondi martedì del mese è tempo di assemblea. Si comincia con la presentazione da parte di Rino della conferenza programmata per il 31 maggio sull’”acqua bene comune”. Relatore della serata sarà Valter Bonan. La serata sarà aperta alla cittadinanza e servirà per farsi un’idea del perché i referendum sono così importanti. GASolo farà informazione affinché la gente vada a votare e si possa raggiungere il quorum. Maggio si dimostra un mese importante per GASolo, visto le numerose iniziative che sono state messe in cantiere. Si ricorda anche la serata sul nucleare e rinnovabili con Mirco Rossi per il 26 e la serata sull’alimentazione con Marcello Pamio il 20 di maggio. Tempi duri per i distributori di volantini e locandine dell’associazione che sono chiamati ad un superlavoro.
E’ poi la volta di Claudio che illustra la gita appena fatta ad un nostro fornitore di farine (Le Barbarighe) e presenta la carta dei fornitori preparata e compilata per la prima volta in questa occasione. La carta si dimostra puntigliosa e ricca di informazioni che verranno tenute in sede per ogni fornitore. Complimenti ad Andrea che l’ha sviluppata. Sulla relazione della gita trovate un post sul blog.
Piccoli spunti organizzativi vengono elencati per la gita in Val Vecia e per la prossima gita al fornitore di pasta (IRIS).
Viene introdotta alla fine la discussione su Astorflex dopo la querelle con Ersilia Monti e il logo XiGAS che ha sollevato alcune polemiche in rete. Il dibattito interno alla associazione si fa interessante e come altre volte vengono toccati temi essenziali, da cosa è un GAS, a cosa ci distingue e cosa vogliamo, dal consumo critico e dagli stili di vita. Insomma una discussione viva e utile per il nostro GAS. Discussioni del genere devono essere incentivate e portano ad un arricchimento di GASolo. Direi che questa discussione valeva da sola  il biglietto di ingresso alla assemblea se ci fosse stato.
Alla prossima assemblea che sarà dopo i referendum, sperando di avere raggiunto il quorum. Ciao Claudio